il deserto
Abba Poimen disse ad abba Giuseppe: «Dimmi, come potrò diventare monaco?». Rispose: «Se vuoi trovare pace in questa vita e nell’altra, di’ in ogni cosa: “Io chi sono?”, e non giudicare nessuno». Diventare se stessi, scoprire il nostro vero volto, riconciliarci col nostro tessuto esistenziale: questa è la meta del nostro claudicante cammino, l’orizzonte che, “al di là delle cose”, delimita lo spazio tra il cielo e la terra, tra la persona e l’individuo, l’originale dall’artefatto. Secondo la tradizione biblica e gli anacoreti il deserto è il luogo dove incontriamo noi stessi, prendiamo possesso della nostra stessa dimora; il deserto è crogiuolo di umanità, ventilabro che separa la pula dal grano, il vero dal falso, il volto dalla maschera. E’ significativo al riguardo quanto si legge nel Deuteronomio: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8,2). Il deserto è il luogo dell’empatia verso l’altro che abita i noi, mette a nudo le nostre debolezze, legge tra le righe le nostre fragilità, fa cadere i muri macilenti delle nostre certezze. Non ci sono voci nel deserto, sei abbandonato tra le dune del tuo essere, la solitudine diventa compagna e maestra. In questo vuoto cogli la profonda verità del tuo essere, l’eco lontano della voce di Dio che, tra il sibilare della tempesta, diventa presenza, guida, giudizio, misericordia. E’ il luogo delle fiere selvatiche che abitano in te, dei demoni che spiano le tue debolezze, sollecitano i vizi occulti che banchettavano gaudenti al tuo desco. Nel deserto non possiamo attribuire ad altri le nostre colpe, fingerci giusti, scaricare sulle spalle dei fratelli le nostre responsabilità. Dalle lande desertiche si esce tumefatti ma lavati con il balsamo del realismo e dell’onestà, di una verità scomoda ma che ci rende puliti e attendibili. Qualcuno si chiederà: «Cosa significa in concreto per me fare un’esperienza di deserto?» Carlo Carretto sembra rispondere in maniera esaustiva a questa domanda: “Non si tratta di portarsi materialmente nel deserto. Per molti potrebbe essere un lusso! Si tratta di fare un po’ di deserto nella propria vita. Fare il deserto significa isolarsi, distaccarsi dalle cose e dagli uomini, principio indiscusso di sanità mentale. Fare il deserto significa abituarsi all’autonomia personale, a restare coi propri pensieri, la propria preghiera, il proprio destino. Fare il deserto significa chiudersi in una camera, restare soli in una chiesa deserta, costruirsi in una soffitta o nel fondo di un corridoio un piccolo oratorio dove localizzare il rapporto personale con Dio, dove riprendere il respiro, ritrovare la pace”.Il deserto non è poi così lontano: lo trovi ovunque crei uno spazio di solitudine, quando ti riappropri del tempo che altri ti stanno rubando, lo trovi nell’abisso del tuo nulla. Il deserto ha un nome e una sola coordinata: te stesso.
don Luciano Vitton Mea

