Il Ricco epulone e il povero Lazzaro

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Siamo di fronte a una della pagine più conosciute del Vangelo: la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro. Sono stati versati fiumi di inchiostro su questa parabola, non possiamo aggiungere nulla di nuovo; traiamo solo alcuni spunti, meglio alcune sfumature che ci possano aiutare nel nostro cammino spirituale. Due uomini, un grande abisso li separa. Il primo lo riconosciamo semplicemente da quello che possiede e dal suo sfarzo: è vestito di bisso e mangia lautamente; il secondo, invece, è un povero ricoperto di piaghe e bramoso di sfamarsi delle briciole che non gli vengono date: solo i cani hanno pietà e leccano le sue ferite. Un grande abisso li separa. Cominciamo ad analizzare brevemente la figura del ricco: non ha un nome, non ha un volto, lo conosciamo solo per quello che ha, per la sua “roba”, per la sua ricchezza; sembra che il Vangelo identifichi quest’uomo per quello che possiede. Il ricco della parabola cade nell’anonimato; il nome cede il posto ad un semplice aggettivo indefinito (un ricco), i contorni del volto si defilano, la persona si riduce ad un lauto banchetto. Questo concetto è ripreso anche da Dante nell’Inferno. Siamo nel III girone del VII Cerchio. Gli usurai sono posti al terminare del grande sabbione infuocato che delimita proprio il VII dall’VIII cerchio. Dante dice che il loro volto è irriconoscibile, non riesce a riconoscere nessuna di queste anime che qui stanno scontando la loro pena. Il loro volto è consumato, annerito, mancano i tratti, non si possono identificare. Riconosce però le casate, cioè le famiglie a cui appartenevano, e le identifica, molto bella e significativa questa immagine, perché al collo hanno ancora il borsello, quello in cui tenevano il denaro, con impresso lo stemma dinastico. Il concetto è chiaro:il ricco che si identifica con il denaro, non il volto ma il borsello; è la sorte di chi, nel Vangelo, viene ricordato semplicemente come il ricco epulone, il ricco che ha, che si trova nell’abbondanza. Il povero, invece, ce l’ha un nome: si chiama Lazzaro ed è un nome molto significativo; Eleazar, infatti deriva dall’ebraico ( El’azar), e significa “Dio ha aiutato”, o “colui che è assistito da Dio”. Dio ha a cuore la sorte dei poveri perché il povero tende la mano, perché il povero si abbandona con fiducia alla provvidenza di Dio. Viceversa il ricco, l’uomo quando ha, sembra dimenticarsi di Dio, si dimentica dei fratelli, paradossalmente si dimentica anche di se stesso, è forestiero nella sua stessa casa, straniero nel suo stesso cuore; anzi sembra non avere più un cuore perché non ha più pietà. Il povero tende la mano e Dio che è compassionevole e pietoso lo soccorre, lo aiuta. Noi non saremo forse nell’indigenza come Lazzaro, come questo povero del Vangelo, ma vedete, ci sono povertà e povertà; anche noi siamo poveri: siamo dei poveri peccatori, siamo poveri nella nostra vita spirituale, siamo poveri, forse, proprio nel nostro rapporto con Dio. Abbandoniamoci con fiducia al Signore, rincoriamo alla misericordia e Lui pronuncerà il nostro nome e la nostra vita sarà sempre sotto il suo paterno sguardo. Essere chiamati per nome da Dio è la cosa più bella, è la ricchezza più bella, ma per fare questo dobbiamo essere poveri, riconoscerci nella nostra povertà esistenziale, siamo poca cosa, siamo fragili, abbiamo bisogno di tutto e di tutti e in modo particolare della Grazia di Dio. Benedetta allora questa povertà, specialmente quella spirituale; ci si renda anche più disponibili verso il bisogno dei poveri. Allora Dio pronuncerà il nostro nome, anzi meglio, ci conoscerà per nome.

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