Indugiamo

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Abbiamo meditato in questi giorni sul mistero di Betlemme, dove “il Verbo si è fatto carne”, dove per noi “è nato un Salvatore, che è Cristo Signore”. Contempliamo ancora un poco il presepe, indugiamo un poco attorno ai bivacchi dei pastori, ascoltiamo con loro il lieto annuncio, mettiamoci anche noi “sulle orecchie avvampate dalle brace il copricapo di lana, allacciamoci alle gambe i velli di pecora, impugniamo il vincastro, scendiamo giù per le gole della Giudea, lungo i sentieri odorosi di sterco e profumati di manta”. (don Antonino Bello). Contempliamo ancora un poco quel misero rifugio per animali, la Sacra Famiglia, la greppia dove è adagiato per noi il bimbo divino; prendiamo il posto di quel pastore inginocchiato con il suo capellaccio tra le ruvide dita, di quel pastorello che porge un piccolo agnellino, di quel vecchio con la barba bisunta che suona la sua vecchia zampogna. Per comprendere il Natale cristiano dobbiamo indugiare su queste scene, capire perché Dio, non per caso, ma per scelta, è nato ai margini del centro abitato di un piccolo borgo come Betlemme, è stato deposto in una mangiatoia, è stato visitato da dei poveri e insignificanti pastori. Si, attardiamoci ancora un poco sul presepe, aspettiamo a deporlo nel vecchio baule che da sempre lo custodisce, aspettiamo ad avvolgere nella carta i fragili pastori di gesso che racchiudono il senso e il significato della divina misericordia. Perché gli Angeli sono apparsi ai pastori, perché a loro e non ai Sommi sacerdoti è stato portato il lieto annunzio? I pastori, al tempo di Gesù, erano considerati poca cosa, erano messi ai margini della società, non avevano gli stessi diritti degli altri; come i bambini e le donne erano senza diritto, bistrattati, esclusi dalla vita religiosa e civile. Perché questo ostracismo nei loro confronti? Perché destavano sospetto, non avevano una fissa dimora, erano considerati inaffidabili e dei piccoli ladruncoli; dal punto di vista religioso ritenuti impuri perché spesso a contatto con il sangue dei loro animali, specialmente durante i parti. Ecco il mistero del Santo Natale: una luce che avvolge il pastore che abita in noi, la parte meno affidabile della nostra vita, il torbido che si annida nei meandri del cuore, le zone buie del nostro egoismo e della nostra cattiveria. I Pastori non presumono di essere nel giusto, sentono il bisogno di essere salvati, visitati dalla misericordia di Dio: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Quando deporremo con dovizia i personaggi della sacra rappresentazione, facciamo in modo che il presepe diventi un’icona esistenziale affinché rimanga sempre vivo in noi quel pastore ramingo che si incammina verso un piccolo rifugio per animali dove lo attende “un Salvatore”.

 

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