La cupidigia distrugge il cuore dell’uomo

Il campo di grano

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“Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non rimane più spazio e così restate voi soli ad abitare nel paese”.

Più di una volta il Santo Padre è tornato, nel suo magistero ordinario, sul tema della cupidigia,  un’avidità capace di distruggere il cuore dell’uomo e di danneggiare irrimediabilmente i rapporti familiari. “E’ quello che fa male: la cupidigia nel mio rapporto con i soldi. Avere di più, avere di più, avere di più… Ti porta all’idolatria, ti distrugge il rapporto con gli altri! Non i soldi ma l’atteggiamento che si chiama cupidigia; questa cupidigia ti ammala perché ti fa pensare soltanto tutto in funzione dei soldi. Ti distrugge, ti ammala; la cupidigia è uno strumento dell’idolatria, perché va sulla strada contraria di quella che ha fatto Dio con noi. San Paolo ci dice che Gesù Cristo che era ricco si è fatto povero per arricchirci; quella è la strada di Dio: l’umiltà, l’abbassarsi per servire. Invece la cupidigia ti porta per la strada contraria: tu che sei un povero uomo ti vai Dio per la vanità: è l’idolatria.” In realtà la cupidigia non è solo sinonimo di avarizia, va oltre, è una sorta di humus, uno specchio dove possono riflettersi e acconciarsi altri vizi come il successo, il potere e la lussuria. Dante la paragona a una dolcissima sirena.

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All’inizio del XIX canto del Purgatorio Dante descrive un terribile sogno. Siamo ancora sulla IV cornice, quella degli accidiosi. Il poeta, stanco, si addormenta. Nell’ora che precede il sorgere del sole quando, secondo alcune credenze, i sogni sono più veritieri, a Dante compare una donna balbuziente, con gli occhi strabici, i piedi storti, le mani mozze e il volto pallidissimo. Poco a poco questa sinistra figura ebbe una sorte di mutamento e si trasformò in una bellissima signora, simile ad una sirena dalla voce dolce e soave. Bellissimi sono i versi con cui Dante descrive questa metamorfosi, tanto che il sogno sembrava realtà. «Io la guardavo e, come il Sole riscalda le membra intorpidite dal freddo della notte, così il mio sguardo le rendeva sciolto il linguaggio, e poi rapidamente la raddrizzava in tutta la persona, e donava al suo scialbo volto quel colorito roseo che si richiede per destare nell’animo l’amore. In breve ai miei occhi era divenuta bellissima. Cominciò a cantare così dolcemente che con dispiacere avrei distolto la mia attenzione da lei.. – Io sono – diceva – una dolce sirena. Incanto i marinai in mezzo al mare e riempio di piacere chi mi ascolta. Ho attratto con il mio canto persino Ulisse, per quanto desiderasse proseguire il suo viaggio. Chiunque si abitua a me, raramente si può poi allontanare, tanto io lo appago!- Non aveva ancora terminato il suo canto che, all’improvviso, accanto a me apparve una donna santa e premurosa, che voleva smascherarla e svergognarla. Si rivolse a Virgilio, quasi rimproverandolo: – Come sopporti che questa femmina venga qui? Il mio maestro, allora, tenendo sempre gli occhi fissi su quella donna onesta, si avvicinò alla sirena, la afferrò e le strappò i vestiti, mostrandomi il suo ventre. Il tanfo che ne uscì fu tale che mi risvegliai». Turbato e scosso per un sogno tanto conturbante da un lato e orripilante dall’altro Dante rivela a Virgilio il suo stato d’animo. Il poeta mantovano spiegò che la femmina incantatrice altro non era che la falsa felicità dei beni terreni, cioè la cupidigia. A ragione, quindi, papa Francesco la definisce una malattia, un morbo capace di distruggere il cuore degli uomini e il rapporto con gli altri.   don Luciano Vitton Mea

 

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