La devasta il cinghiale del bosco

 

Il salmo 79: Introduzione

Nel Salmo 79 si intrecciano sentimenti contrastanti, stati d’animo che non caratterizzano solo un tratto dell’esperienza del popolo di Dio ma anche quelli della nostra storia personale e dell’intera umanità. Il canto della vigna devastata è il lamento di un popolo provato, lontano dalla sua terra, che avverte l’assenza e l’apparente indifferenza di Dio: “Pane di pianto ci fai mangiare, lacrime senza misura beviamo: ci butti in pasto hai nostri avversari, siamo derisi dai nostri vicini”. Sono le stesse parole che potrebbero affiorare sulle labbra di un ammalato inchiodato su un letto, avvolto da un mole oscuro o che non da adito a nessuna speranza; è il lamento di un papà o di una mamma che hanno perso il volto di un loro figliuolo; di chi sta sperimentando l’abbandono o il tradimento dell’amato. Ogni dolore umano genera devastazione e smarrimento: “Perché hai abbattuto la sua cinta e ogni viandante ne vendemmia? La devasta il cinghiale del bosco, se ne pasce l’animale selvatico”. Ma il lamento cede, ben presto, il passo alla malinconia, al ricordo dei giorni baciati dalla presenza di Dio e della sua protezione. Quella che pervade il Salmo 79 è una malinconia che “nasce dal sole, dispiaciuto e turbato di dover lasciare il posto al buio” ; non dobbiamo trattare male questo genere di malinconia perché nasce comunque dalla luce, meglio, dallo struggente desiderio di assolati meriggi di sole. Preludio quindi di una nuova presenza e di un nuovo giorno: «Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, quelli che l’arsero col fuoco e la recisero periranno alla minaccia del tuo volto». Il lamento cede il passo alla coltre leggera e velata di una malinconia che si apre, a sua volta, ai tepidi raggi della speranza ancorata ad un fermo proposito: «Da te più non ci allontaneremo, ci farai vivere e invocheremo il tuo nome». 

di don Luciano Vitton Mea

Ogni uomo ne fa vendemmia

Dobbiamo piangere più sulla devastazione della vigna, o non invece sul ricordo del tuo amore tradito? Le tene­rezze tue, le tue dolci cure, o divino Innamorato, sono la sorgente della nostra misteriosa gioia. Eppure siamo tutti sempre più disperati e infelici. Perché, Signore? Sempre più fasciati da bende di morte, Signore. (David Maria Turoldo)

Il canto della vigna devastata e il canto del mio cuore, del mio deserto esistenziale, del mio vagare tra i sepolcri quando, prigioniero del male e schiavo del mio peccato, vivo lontano da Dio, mia roccia e mia difesa. Il Male e il peccato ci rendono “esuli”, privi di difesa e la nostra vita diventa come la vigna descritta nel salmo: “ogni uomo ne fa vendemmia, la devasta il cinghiale del bosco, se ne pasce l’animale selvatico”. Recita una vecchia omelia attribuita a S. Macario: «povera quella strada che non è percorsa da alcuno e non è rallegrata da alcuna voce d’uomo! Essa finisce per essere il ritrovo preferito di ogni genere di bestie. Povera quell’anima in cui non cammina il Signore, che con la sua voce ne allontani le bestie spirituali della malvagità! Guai all’anima priva di Cristo, l’unico che possa coltivarla diligentemente perché produca i buoni frutti dello spirito …» Il peccato caccia via Dio dalla sua vigna cioè dall’anima dell’uomo; così, ben presto, priva della luce del bene, l’uomo scivola nelle tenebre, diventa motivo di contesa per le passioni, scherno dei suoi nemici. Ecco perché il Salmo della vigna devastata deve essere sempre sulle labbra del cristiano: coscienza critica per il suo agire, ricordo struggente del “divino Innamorato”, speranza certa di perdono e di una nuova presenza. 

don Luciano Vitton Mea