La morte

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“Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! […] Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me! -” Per Mazzarò, il protagonista della novella la Roba di Giovanni Verga, la morte è un’ingiustizia di Dio, una sorte di maledizione, un’esornabile condanna che toglie all’uomo ciò che faticosamente ha costruito, raccolto, custodito. L’uomo moderno tende a esorcizzare la morte. In un sistema culturale tendenzialmente “debole” come il nostro, dove prevale un indirizzo sostanzialmente pragmatico, tutto teso al “fare” e al “produrre”, non c’è spazio per pensare “all’ora suprema”. L’homo faber tende a emarginare l’ homo sapiens, l’ “essere” cede il passo all’ “avere”, il momento presente assorbe l’avvenire, la morte diventa un evento estraneo, ineludibile, ma in ultima istanza avulso dalla quotidianità, dal cuore dell’esistenza. Staccare la vita dal suo ultimo epilogo diventa un’operazione pericolosa perché riveste l’uomo di una pseudo onnipotenza, colloca la creatura su un piedestallo di sabbia, falsifica la vera fisionomia dell’umana avventura. E così la morte non diventa più una salutare compagna, enigmatica se volete, ma comunque compagna, ma, come per Mazzarò, un’ingiustizia, una maledizione. La Bibbia ci insegna che si vive bene nella misura in cui si ha la piena consapevolezza della propria finitudine, se si crea un giusto rapporto tra il momento presente e un futuro che non ci appartiene; in questa prospettiva la morte ci riconduce alle vere radici del nostro essere, ci ricorda che siamo polvere, rimembra in noi una dura ma vera realtà: “Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni/la mia esistenza davanti a te è un nulla …(Salmo 30) / Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi /e il figlio dell’uomo perché te ne curi?…(Salmo 8). Fuori da questa verità l’uomo perde contatto con se stesso, con i suoi limiti, diventa caricatura, eccesso, si deforma. Come sono vere queste parole di Edward Morgan Forster: La morte distrugge un uomo, l’idea della morte lo salva”.  Solo l’uomo sa di dover morire, ha la percezione di essere un piccolissimo punto nell’immenso universo; questa consapevolezza lo proietta, paradossalmente, oltre il finito, le fa percepire  un anelito d’eternità, la percezione di non essere concepito come semplice creatura ma fatto “poco me meno degli Angeli”.

 

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