Lungo il cammino

Gli insegnamenti di Gesù, le sue riflessioni, i suoi stessi sentimenti sono strettamente legati agli avvenimenti di tutti i giorni, a quella vita quotidiana fatta di poco ma che rivestita dalla sua infinita saggezza diventa sinonimo d’eternità. Così, lungo la via, Gesù si serve delle “ciance” della gente per aiutare i discepoli ad approfondire il mistero stesso che lo avvolge, a cogliere quelle dimensioni che non appartengono al comune pensare degli uomini ma a quello di Dio. Lungo il cammino, strada facendo, Gesù interroga i suoi discepoli, quasi a indicare che la stesso credere è un lento divenire, un dischiudersi dalla cecità interiore alla radiosa luce della verità divina. L’uomo, il discepolo, come il cieco Betsaida, che Gesù ha appena guarito, è sempre incapace di scorgere la piena autenticità del mistero, della nube che avvolge il Signore della vita. Le risposte dei discepoli sono generiche, sono il frutto di quel pensare comune della gente che aspettava con ansia il messia: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Solo Pietro scorge nel maestro la pienezza della promessa, di un’attesa rimasta incompiuta: «Tu sei il Cristo». Una vera e propria professione di fede. Ma anche Pietro è ben rappresentato nella scesa della guarigione del cieco che lo stesso evangelista Marco ha raccontato nell’episodio precedente:  “e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano»”. Come il cieco anche Pietro ha una visione parziale di Gesù: egli scorge  in lui solo la dimensione gloriosa, il Dio potente e forte; così quando Gesù annuncia la sua passione, spiega che  dovrà soffrire molto, Pietro e gli altri discepoli si scandalizzano, rifiutano la prospettiva di un Dio debole, che diventa “il servo sofferente”. La più grande difficoltà da superare diventa la croce di Gesù, cioè l’idea che Dio ci possa salvare attraverso un patibolo, una morte ignominiosa. I Giudei pensavano che un crocefisso non poteva essere il Messia perché la legge affermava che chiunque fosse stato crocefisso doveva essere considerato  maledetto da Dio: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità” (Dt 21,22-23). Come dare torto a Pietro, come non riconoscere la nostra fatica di credere nella potenza redentrice di un Crocefisso? Per comprendere il progetto di Dio, che esce da ogni umana teoria, dobbiamo seguire Gesù lungo il cammino del servizio dalla Galilea a Gerusalemme.

don luciano vitton mea