La santità

“Voi sarete santi, perché io sono Santo” (Lv 11, 44; 19, 2; 20, 7). La santità non è prerogativa di pochi, di un numero ristretto di privilegiati, ma è la vocazione di tutti i cristiani. Paolo VI sottolineava: “La santità, la vera aristocrazia del cristiano, può essere accessibile a tutti; può essere, per così dire, democratica”. La santità non è sinonimo di perfezione ma di abbandono e fiducia; umiltà di lasciarsi guidare da Colui che tutto Può, da un Padre buono e premuroso. Mario Pomelio nel suo “il quinto Evangelio” mette questo detto: “Ha detto Gesù che la santità è una pianta che ha la cima in cielo e le radici nel deserto”. La santità è impastata di terra, affonda le sue radici in quel fango da cui Dio ha tratto la sua creatura; l’uomo è un insieme di luci e di ombre, di vette e precipizi. Si diventa santi facendo emergere dal fango il sigillo originale, quel “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, il meglio di noi, la bellezza depositata, come perla preziosa, nel campo che è il nostro cuore. Come cresce questa pianta che ha le radici nel deserto e la cima in cielo?  Santa Teresa d’Avila non ha dubbi: “La santità non consiste nel fare cose ogni giorno più difficili, ma nel farle ogni volta con più amore”. Ma è il Cardinale Henri Newman a dettarci un vero è proprio vademecum della santità: “Se mi domandate voi cosa dovete fare per essere perfetti io vi rispondo: non rimanete a letto dopo l’ora fissata, volgete i vostri primi pensieri a Dio, fate una breve visita a Gesù Eucarestia, recitate devotamente L’Angelus, mangiate e bevete per la gloria di Dio, recitate bene la vostra corona del rosario, state raccolti, cacciate i cattivi pensieri, fate con devozione la vostra meditazione della sera, esaminate ogni giorno la vostra coscienza, e, giunta l’ora, coricatevi e sarete perfetti”. Piccoli gesti fatti di terra, una sorta di vaso di creta, pieno però di profumatissimo nardo, un unguento prezioso che discende dal cielo per ricordarci che siamo fatti per Dio e a Lui un giorno ritorneremo. Quelle del beato Newman sono regole semplici, accessibili a tutti, dotti e ignoranti, religiosi o laici, ricchi o mendicanti ma possono essere acquistate solo con il conio della fedeltà; una moneta rara, pesante, fatta con un materiale rarissimo e sempre più introvabile. Anch’io ho preso la sana abitudine di fare, quando la notte bussa alle porte, la mia brava meditazione; non leggo libri o opere di alta spiritualità ma mi soffermo su una frase di Robert Louis Stevenson, sempre quella, da tanti anni: “I Santi sono peccatori che continuano a provare”. E giunta l’ora, mi corico nell’infinita pace della misericordia divina.

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don Luciano Vitton Mea

 

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