L’avarizia

«Un cane, che attraversava a nuoto un fiume portando un pezzo di carne, vide nello specchio dell’acqua la propria immagine, e credendo che fosse un altro cane a portare un’altra preda, volle sottrargliela; ma la sua ingordigia rimase delusa; lasciò cadere il cibo che teneva in bocca e tanto meno poté toccare quello che desiderava». (Fedro: Il cane che portava un pezzo di carne attraverso il fiume)

 Questa favola, nella sua semplicità, ci insegna che l’avidità finisce per disperdere la felicità tra le acque torbide e grigie dell’insoddisfazione. L’avido ha già, altrimenti sarebbe invidioso, ma vuole di più, vuole anche ciò che gli altri possiedono. Lo scrittore cileno usa questa incisiva immagine:   “L’avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille”. Il libro del Siracide si sofferma sullo sguardo dell’avido: « L’occhio dell’avaro non si accontenta di una parte, l’occhio cupido gli inaridisce il cuore ….» San Giovanni Crisostomo definisce, con acutezza, l’avidità una sorta di “bulimia dell’anima” che soffoca la vita interiore: «più si rimpinza di alimenti, più desidera. Porta sempre i suoi desideri al di là  e oltre ciò che possiede.» La bramosia conduce all’infelicità perché è un desiderio fine a se stesso, anzi è la faccia malata del  desiderio. San Bernardo in uno scritto si domandava: «Che cosa è l’avarizia?  E’ un continuo vivere in miseria per paura della miseria» Già! L’avido null’altro è che un accattone vestito da gran signore, un poveraccio incipriato che ostenta le rughe del suo declino interiore. Una vita maledetta perché costantemente divisa tra la paura di perdere quello che si ha e la rabbia per quello che si potrebbe avere.