Le tempeste della vita

non abbiate pauraOggi san Marco ci presenta il brano della tempesta sedata. Non per essere travolta dalle onde impetuose rappresenta la nostra vita quando viene visitata dalla sofferenza, dalle difficoltà e dalle crisi. Cerchiamo, avvalendoci dell’aiuto dei padri della chiesa, di analizzare i singoli passaggi di questo brano così ricco di suggestioni.
«In quel medesimo giorno, verso sera». S. Agostino commenta così queste parole: è lo stesso giorno in cui Gesù aveva esposto le due parabole della semente e del chicco di senapa che rappresentano la pienezza della nostra vita spirituale e il testo, precisando che si tratta di «quel medesimo giorno » e facendo riferimento a quelle parabole, vuole dirci che per arrivare là, alla pienezza dello spirito, bisogna passare attraverso le crisi.
«Verso sera»: le tenebre sono il primo sintomo della tempesta dello spirito, quando ciò che sembrava deciso dalla volontà crolla. «Passiamo all’altra riva». Il testo nella traduzione esatta dice «contro» l’altra riva, come se fosse necessario andare contro qualcosa per arrivare poi all’altra riva, sinonimo di una fede matura ed autentica. Il bambino impara a camminare solo quando ha fatto molti ruzzoloni; così nel rapporto con Dio: la fede cresce e matura solo se passa attraverso il crogiuolo della “fatica del credere” o, come la chiama San Giovanni della Croce, la notte oscura dello spirito.
«Lo presero con sé, così com’era »: Dio va accentato nel misterioso disegno della sua volontà, così com’è. «Dio non è il “tappabuchi” dei nostri bisogni, non è colui che possiamo utilizzare per colmare le nostre insufficienze. Ė proprio di una religiosità primitiva e infantile voler piegare Dio alle necessità del momento». (K. Barth)
«Le onde nella barca»: è il momentoculminante della crisi, e non c’è nessun punto d’appoggio; dallo spirito escono considerazioni amare sulla vita, le certezze vengono meno, si rimane soli. «E dormiva»: è quando, nel tormento della crisi, il fuoco dell’amore si raffredda e la fede si è intorpidita. È il momento del maggior turbamento e ci rivolgiamo a tutti, scontrandoci con tutti, mentre Dio sembra dormire, zittito dal torpore del nostro egoismo.
«Maestro, non t’importa che siamo perduti?» Quando infuria la tempesta solo noi possiamo fare qualcosa: ricorrere a quella voce che abbiamo zittito dentro di noi, e il Cristo ridona la tranquillità. È la voce della nostra coscienza che può imporre il silenzio: quando sale il sussurro di morte ed è il momento in cui l’uomo è tentato di gustare la morte, la coscienza allora deve imporre il silenzio.
«Il vento cessò e vi fu grande bonaccia »: per significare che era completamente cessata la burrasca, perché quando riusciamo a imporci con un «taci» imperativo, allora torna la calma e il silenzio. La grande bonaccia ci mostra Dio: quando noi riusciamo ad ascoltare la voce della coscienza, allora ubbidiamo a Dio e tutto ritorna nella tranquillità. S. Ambrogio commenta: nessuno può attraversare la vita senza crisi, siamo sottoposti a tempeste spirituali, ma svegliamo quel navigatore che è in noi e che è il solo in grado di dominarle; è il nostro che lo fa dormire.