le tre fiere: il leone

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« … la vista che m’apparve d’un leone. Questi parea che contra me venisse con la test’alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l’aere ne tremesse». I Canto dell’ inferno

Il leone, cioè la superbia, è il re di tutti i vizi, l’origine di ogni male. Mi sembra importante sottolineare che questo peccato non lo troviamo nell’ordinamento morale dell’inferno: la superbia insieme all’invidia sono ritenute da Dante il principio di ogni male, sono peccati naturali e preliminari a tutti gli altri e quindi già “incorporati” nell’animo degli uomini dopo il Peccato Originale. La superbia è il vano inno del proprio io che si pone su un piedistallo luminoso prima di scivolare nel vuoto del proprio nulla. Shakespeare in una sua famosa tragedia, L’Agamennone, scrive: “La superbia è lo specchio di se stessi, è tromba e cronaca di se stessi”. E’ la seconda tentazione che Gesù ha subito nel deserto: «Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:  Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”». Il diavolo, citando le Sacre Scritture, invita Gesù a manifestare, in modo spettacolare,  la sua natura Divina; lo tenta, in ultima analisi, facendo leva sul suo orgoglio: « Buttati dal  pinnacolo del Tempio», sembra dirgli, «e tutti crederanno in te, i tuoi stessi Angeli verranno a salvarti». L’oscuro angelo della superbia ci prova e continua a provarci. La stessa scena del “pinnacolo del tempio” ritornerà, per Gesù, nell’ora suprema, nell’ultima ora:  «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».( Matteo 27,40-43) Giovanni Climaco, nella sua Scala Santa, usa parole durissime e raccapriccianti contra la bestia “dalla testa alta e dalla rabbiosa fame”:  «La superbia è rinnegamento di Dio, invenzione dei demoni, disprezzo degli uomini, madre del giudizio del prossimo, figlia delle lodi, indizio di sterilità, ripudio dell’aiuto di Dio, sorgente della collera, porta dell’ipocrisia, sostegno dei demoni, custode dei peccati, artefice di crudeltà, ignoranza della compassione, esattrice inflessibile, giudice crudele, avversaria di Dio, radice della bestemmia. Il suo culmine è il rifiuto dell’aiuto di Dio e l’esaltazione dei propri sforzi, che è un comportamento diabolico». Quali armi usare contro la superbia? Una sola: la PREGHIERA. La preghiera è il grande specchio dove possiamo vedere “faccia a faccia” il nostro vero volto, le rughe che solcano la nostra esistenza, la caducità della nostra vita. L’uomo che prega è come il povero che suona al campanello di casa per chiederci un tozzo di pane o qualche monetina. Attraverso l’orazione noi suoniamo costantemente al campanello della casa di Dio, ci riconosciamo poveri e bisognosi; semplici paltonieri, cioè gente raccogliticcia, un poco allo sbando, bisognosa di tutto e di tutti. Il diavolo ha paura dell’uomo che prega perché sa che non potrà scatenare in lui l’arcano leone, l’orgoglio e la vanagloria. La preghiera ci mantiene umili, poveri, sostanzialmente uomini, anzi, meglio, semplicemente uomini.    

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Meditazione di don Luciano Vitton Mea

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