Peccare

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Lo sapevi, peccare non significa fare il male:/ non fare il bene, questo significa peccare.
Certo, peccare è fare il male; tuttavia non ha torto neppure Pasolini in quei versi della poesia intitolata “A un Papa”, presente nella raccolta Umiliato e offeso. Uno dei peccati sulla cui gravità poco si insiste è, infatti, il peccato di omissione. Quante persone si riducono a semplici gestori della propria morale, cercando una via di mezzo che eviti le colpe, ignorando che Cristo ha, ad esempio, ribaltato il motto giudaico tradizionale del «non fare agli altri quel che vorresti non ti fosse fatto» (Tobia 4, 15) in un ben più impegnativo e positivo «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Matteo 7, 12). E aveva continuato: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (7, 21). A questo punto, stando sempre sul filo del paradosso pasoliniano, vorrei aggiungere un’altra citazione, questa volta di un autore ebreo, Nobel 1978 della letteratura, Isaac B. Singer (1904-1991), che nella sua opera La distruzione di Kreshev scriveva: «È meglio commettere un peccato con fervore che una buona azione senza entusiasmo». Anche qui è ovvio che non si deve “peccare con fervore”, ma il grigiore di certi “buoni” può essere anch’esso una grave colpa, come si legge nell’Apocalisse: «Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (3, 16).
Mons. G. Ravasi