Sinodo in diretta

E gli sposi presero la parola…

di Ron e Mavis Pirola | 07 ottobre 2014
La prima delle coppie che partecipano al Sinodo ieri ha preso la parola davanti ai vescovi. Ecco (in una nostra traduzione) che cosa ha detto

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Cinquantacinque anni fa, attraversavo una stanza e vidi una ragazza bellissima. Cominciammo a conoscerci a vicenda e alla fine arrivammo al passo di prometterci vicendevolmente l’un l’altra nel matrimonio. Ci accorgemmo subito che vivere la nostra nuova vita insieme sarebbe stato straordinariamente complesso. Come in tutti i matrimoni abbiamo vissuto momenti meravigliosi insieme, ma anche momenti di rabbia, di frustrazione e lacrime e anche la paura assillante di un matrimonio fallito. Eppure eccoci qui, sposati da 55 anni e ancora innamorati. Si tratta certamente di un mistero. Quell’attrazione che abbiamo provato la prima volta e la forza che ha continuato a tenerci abbracciati era essenzialmente di natura sessuale. Le piccole cose che ciascuno ha fatto per l’altro, le telefonate e i bigliettini, il modo in cui abbiamo programmato le nostre giornate e le cose che abbiamo condiviso sono state espressioni esteriori del nostro desiderio di intimità reciproca. E ogni volta che è arrivato uno dei nostri quattro figli, è stata una gioia incontenibile per la quale ogni giorno ringraziamo ancora il Signore. Certamente, l’essere genitori comprende grandi soddisfazioni ma anche sfide. Ci sono state notti nelle quali siamo rimasti svegli chiedendoci dove avessimo sbagliato. La fede in Gesù è stata importante per noi. Siamo sempre andati a Messa insieme e abbiamo guardato alla Chiesa come a una guida. Di tanto in tanto abbiamo preso in mano i documenti della Chiesa, ma ci è sembrato venissero da un altro pianeta per il loro linguaggio difficile e così poco vicino alla nostra esperienza personale. Nel nostro cammino quotidiano insieme, siamo stati influenzati principalmente dall’impegno insieme ad altre coppie e alcuni sacerdoti, principalmente in movimenti di spiritualità laicale come l’Equipes Notre Dame e Worldwide Marriage Encounter. Il metodo era quello di un ascolto orante delle storie di ciascuno, per accettarle e confermarle nel contesto dell’insegnamento della Chiesa. Non c’erano grandi discussioni sulla legge naturale, ma per noi erano esempi di quello che più tardi papa Giovanni Paolo II avrebbe definito una delle maggiori risorse a disposizione della Chiesa per l’evangelizzazione. A poco a poco ci siamo resi conto che l’unico tratto che distingue la nostra relazione sacramentale da qualsiasi altra buona relazione che ha il suo il centro in Cristo è l’intimità sessuale e che il matrimonio è un sacramento della sessualità che trova la sua più piena espressione nel rapporto sessuale. Siamo convinti che fino a quando le coppie sposate non riusciranno a vedere nell’unione sessuale una parte essenziale della propria spiritualità sarà molto difficile apprezzare la bellezza di insegnamenti come quelli dell’Humanae Vitae. Abbiamo bisogno di nuove strade e linguaggi credibili per toccare il cuore delle persone. Come suggerisce l’Instrumentum Laboris, la Chiesa domestica ha molto da offrire alla Chiesa più estesa riguardo al compito di evangelizzare. Per esempio, la Chiesa sperimenta costantemente la tensione tra affermare la verità ed esprimere allo stesso tempo compassione e misericordia. Ma è proprio il tipo di tensione che una famiglia vive in ogni momento. Prendiamo il caso dell’omosessualità. Alcuni nostri amici stavano organizzando il loro raduno natalizio di famiglia quando il loro figlio gay ha detto che voleva portare anche il suo partner. Queste persone credevano pienamente nell’insegnamento della Chiesa ed erano consapevoli che i loro nipoti li avrebbero visti accogliere il figlio e il suo partner in famiglia. La loro risposta si può riassumere in tre parole: «È nostro figlio». Che modello di evangelizzazione per le parrocchie che si trovano a dover fronteggiare situazioni simili nel proprio quartiere. È un esempio pratico di ciò che l’Instrumentum Laboris vuole dire riguardo al ruolo del magistero della Chiesa e la sua missione principale di fare sì che il mondo conosca l’amore di Dio. Nella nostra esperienza le famiglie, le chiese domestiche, sono spesso dei modelli naturali di quelle porte aperte per le chiese di cui parla l‘Evangelii Gaudium. Una nostra amica divorziata dice che a volte non si sente pienamente accettata nella propria parrocchia. Tuttavia viene a Messa regolarmente e senza lagnarsi insieme ai propri figli. Per il resto della parrocchia questa donna dovrebbe essere un modello di coraggio e di impegno nonostante le difficoltà. È da persone come lei che impariamo a riconoscere che tutti portiamo qualche ferita nelle nostre vite. E riconoscere le nostre ferite ci può aiutare enormemente a ridurre la nostra tendenza a essere giudici degli altri, che è un ostacolo tanto potente all’evangelizzazione. Conosciamo un’anziana vedova che vive con il suo unico figlio. Lui è ormai sulla quarantina ed è affetto da sindrome di Down e schizofrenia. Lei si prende cura di lui in maniera straordinaria e l’unico timore a cui dà voce è quello su chi si prenderà cura di lui quando non sarà più in grado di farlo lei. Le nostre vite sono intrecciate a molte di queste famiglie. Queste famiglie hanno una comprensione solo elementare di quanto la Chiesa insegna. Certamente potrebbero trarre beneficio da un migliore insegnamento o da qualche programma pastorale. Tuttavia, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di essere accompagnate nel loro cammino, accolte, sentire ascoltate le proprie storie e, soprattutto, essere confermate. L’Instrumentum Laboris annota come la bellezza dell’amore umano rifletta l’amore di Dio, così come è narrato nella tradizione biblica dai profeti. Ma le vite familiari di questi profeti erano caotiche e pieni di vicende disordinate. Sì, la vita di una famiglia è «disordinata». Ma non lo è anche una parrocchia, che è la «famiglia delle famiglie»? L’Instrumentum Laboris si domanda «come il clero potrebbe essere preparato meglio per presentare i documenti della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia». Ancora una volta, una strada potrebbe essere imparare dalla chiesa domestica. Come ha detto Benedetto XVI, «questo richiede un cambiamento di mentalità, soprattutto riguardo ai laici. Non devono più essere visti come “collaboratori” del clero ma pienamente riconosciuti come “corresponsabili”, per l’identità e l’azione della Chiesa». Ma questo richiede anche un grosso cambiamento da parte dei laici. Abbiamo otto meravigliosi, unici nipoti. Preghiamo per loro ogni giorno citandoli per nome, perché ogni giorno sono esposti ai messaggi distorti della società moderna: anche quando camminano per strada andando a scuola se li trovano sui cartelloni pubblicitari o appaiono sui loro smartphone. Un rigido rispetto dell’autorità – genitoriale, religiosa o civile che sia – è tramontato ormai da un pezzo. Così i loro genitori imparano a entrare nelle vite dei loro figli, per condividere i propri valori e le proprie speranze per loro e anche per imparare qualcosa a loro volta da loro. Questo meccanismo dell’entrare nelle vite degli altri e imparare da loro quanto condividere con loro è il cuore dell’evangelizzazione. Come Paolo VI scriveva nell’Evangelii Nuntiandi, «i genitori non solo comunicano il Vangelo ai propri figli, ma anche loro stessi ricevono dai propri figli lo stesso Vangelo vissuto in profondità». La nostra esperienza è stata proprio questa. Così facciamo risuonare il suggerimento di una delle nostre figlie riguardo allo sviluppo di quello che lei chiama il paradigma nuziale della spiritualità cristiana, un paradigma che vale per tutti, siano single, celibi o sposati, ma che renderebbe il matrimonio il punto di partenza per comprendere la missione. Avrebbe un solido fondamento biblico e antropologico e sottolineerebbe l’istinto vocazionale alla generatività e all’intimità che ogni persona sperimenta. Ci ricorderebbe che ciascuno di noi è creato per la relazione e il che il battesimo in Cristo significa appartenere al suo Corpo, e ci guida verso un’eternità con Dio che è comunione trinitaria d’amore.

 

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