Una barca, il suo porto

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Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca.

 Una barca. Quanti insegnamenti possiamo trarre da quella barca che è diventata suo malgrado il piccolo pulpito da dove Gesù ammaestra le folle. Innanzitutto una barca è sempre  ormeggiata, ben attraccata alla riva. Così è la vita dell’uomo. Deve essere ancorata a dei punti fermi, a dei valori saldi e precisi. Senza un porto finiamo per cadere in balia di noi stessi, delle nostre passioni, delle intemperie che l’umana esistenza porta con sè. Abbiamo bisogno di un piccolo porto dove rifugiarci quando le ombre della sera si confondono con le scure acque del lago.  Una barca non prende mai il largo da sola, senza un timoniere, qualcuno che la guidi verso il largo, la dove le reti scivolano nelle profondità dell’abisso. La stiva si riempie di pesci solo se qualcuno tira le reti, ammaina le vele, le fa risalire nel vento che la fa andare oltre, sulla via del ritorno. Così l’uomo. Senza una guida,  senza qualcuno che lo accompagni finisce sugli scogli, si abissa nei gorghi della tempesta. Così recita una vecchia omelia attribuita a San Macario Vescovo: “Guai alla nave senza timoniere! Sbattuta dai morosi e travolta dalle tempeste, andrà in rovina. Guai all’anima che non ha in sè il vero timoniere, Cristo!  Avvolta dalle tenebre di un mare agitato e sbattuta dalle onde degli effetti malsani, come da un uragano invernale, andrà miseramente in rovina”. Guai all’uomo che perde Dio, perde se stesso!