Un’oscura presenza

notte

Le opere di Dante si distinguono totalmente da ogni romanzo, da ogni poema simbolico – allegorico medioevale, sia cristiano sia islamico perché  ogni simbolo  diventa figura; in Dante i simboli, le allegorie, i concetti, la teologia, i dogmi prendono forma, diventano figure concrete, diventano nervi, sangue, ossa, volti, drammi esistenziali che ci investo, che diventano per noi problemi ed enigmi. Questa capacità di Dante di incarnare e di figurare il linguaggio allegorico tocca il suo vertice massimo nella Divina Commedia. Lo stesso Virgilio quando lo seguiamo  nel cammino tra la perduta gente non è un’allegoria ma figura, ha un volto, l’ombra prende spessore, diventa persona; così, nel secondo cerchio dell’inferno, dove le anime dei lussuriosi vengono sbattute qua e la dell’infernale alito, la storia di Paolo e Francesca  perde ogni dimensione simbolica, l’allegoria lascia il posto all’evento, diventa dramma esistenziale, ci interpella, diventa per noi enigma, ci tocca il cuore, tanto da diventare partecipi della loro tragedia: «Mentre parlava, l’altro spirito, Paolo, piangeva. Fui sopraffatto dalla commozione, dallo smarrimento, dalla pietà: caddi a terra, come un corpo morto, privo di sensi». Più scendiamo nel baratro infernale e più il linguaggio figurativo di Dante diventa aspro, duro, bruciante oppure vento gelido che riduce il cogito in un grande lago ghiacciato. I personaggi entrano in simbiosi con questo linguaggio, i concetti prendono forma, diventano cronaca e narrano la triste storia di chi ha lasciato “ogni” speranza. Ma veniamo al nocciolo di questa nostra breve riflessione. Nella Tolomea, dove scontano la loro pena i traditori degli ospiti, le anime dei peccatori giacciono supini nel ghiaccio, con la faccia rivolta verso l’alto e la parte posteriore del cranio bloccata dal ghiaccio. La loro posizione impedisce alle lacrime di scorrere; una specie di falda ghiacciata ricopre la cavità dei loro occhi impedendo alle lacrime di scorrere lungo le guancie, rendendo vano lo sfogo del loro dolore. Una pena orribile che viene accentuata da una sbalorditiva rivelazione. Parlando con uno dei dannati, tale frate Alberigo, Dante si ricorda che il dannato in realtà è ancora vivo. Così il perfido frate spiega a Dante che quella zona di Cogito chiamata Tolomea ha una strana caratteristica: spesso l’anima vi precipitava subito dopo aver peccato (in questo caso specifico tradito) prima ancora di morire; sulla terra rimaneva il corpo, posseduto e guidato da un demone, che lo avrebbe accompagnato finché fosse trascorso del tutto il tempo assegnatogli per vivere. Dante, per farci capire la spaccatura che crea un peccato  grave come il tradire un’ospite, ricorre alla figura di un corpo privo dell’anima, già precipitata all’inferno, e governato da un demone. Concetto chiaro che l’immagine rende reale e concreto. Indugiamo ancora un poco su queste ultime considerazioni. Ogni peccato grave, quello che la sana teologia senza fronzoli chiama mortale, crea una dicotomia interiore, paralizza l’anima nel gelo dell’egoismo, crea una sorta di “cogito” esistenziale che paralizza la vita spirituale. I vuoti interiori sono molto pericolosi perché, facendo mie le parole di un’omelia attribuita a San Macario, “Povera quella strada che non è percorsa da alcuno e non è rallegrata da alcuna voce d’uomo! Essa finisce per essere il ritrovo preferito di ogni genere di bestie. Povera quell’anima in cui non cammina il Signore, che con la sua voce ne allontani le bestie spirituali della malvagità!” Come giustamente intuisce Dante un’oscura presenza abita il noi quando scivoliamo nelle tenebre del peccato, un’entità che, parafrasando le parole di San Paciano, ci incatena “all’immagine dell’uomo di terra” e scaccia, o comunque offusca, “l’uomo che viene dal cielo ed è celeste”. Come gli occhi quando vivono nel buio non tollerano più la luce del sole così l’anima assopita nel peccato si adagia in una letale neghittosità, stenta a sentire i richiami della Grazia, finisce per diventare insensibile al bene, perde la bussola di una retta coscienza e di un sano discernimento. Quando finiamo nella ragnatela del peccato meglio tagliare subito il filo accendendo la tenue luce di un confessionale.

di don luciano Vitton Mea