Alla fine ebbe fame

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Gesù, dopo i 40 giorni di digiuno nel deserto, “alla fine ebbe fame” (Mt 4,2). Il diavolo se ne accorge, lo aspetta al varco e lo pizzica in questa fondamentale debolezza che è nella natura di tutti noi. Aver fame è un bisogno decisivo. Ma qui, ecco la terribile proposta che il diavolo avanza: “trasforma queste pietre in  pane” (cf. Mt 4,3). Cioè, “se sei Fi­glio di Dio, fatti valere, dimostralo, fanne un uso per te, pensa alla tua vita, alle tue cose, dimentica tanti sogni di av­ventura altruistica. Realizzati con le tue mani, con le tue doti, con la tua potenza…”. È la grande tentazione di ogni cuore. Che tutti proviamo. Da questa impostazione della vita che il diavolo sempre ci suggerisce, dipende poi una serie di atteggiamenti negativi. Che diventano possesso, invidia del pane altrui, fuga dalla condivisione, paura che l’altro ci strappi il pane, dominio sugli altri, possesso esclusivistico delle cose. Pulsioni queste, che vanno e possono essere combattute. E quale il rimedio? È proprio dentro quel pane, nell’atto in cui non lo afferro con mani di bramosia, ma lo chiedo con cuore di gratuità. È la gioia della preghiera del Padre nostro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (cf. Mt 6,11). È esattamente l’opposto della tentazione del maligno. Là si afferra per sé. Qui si chiede con umiltà, per poi con­dividere con, gioia. Non si chiede un pane, ma il pane nostro, cioè un pezzetto di pane che si fa gioia nello spartirlo. Perché dono di quel Padre che è anch’esso “nostro”.