Dalla mia cella posso vedere il mare.

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Dicembre 1972 – Carcere di Punta Carretas

 Dalla mia cella posso vedere il mare; stasera c’è una luna piena stupenda, bassa sul mare, rossa, con fioc­chi di nuvole davanti: tutto uno spettacolo. Sono piccole cose che ti aiutano a “essere fuori”. Mi hanno rassicu­rato sul vostro conto, siete forti. E non poteva essere di­versamente: bisogna saper accettare tutto con sempli­cità, come è nella dolce e terribile logica del Vangelo. Dio è amore, morto e resuscitato, e perciò: «Benedetti i puri di cuore, benedetti i poveri, benedetti voi che pian­gete, benedetti i perseguitati, benedetti i costruttori di pace». L’affetto che in questo momento non mi ritrova lì in carne ed ossa a riceverlo, riversatelo tutto sugli al­tri, sui poveri, sui perseguitati, sui deboli, sugli infermi che trovate lì ad ogni porta a cui bussiate.Lo so, sono cose difficilmente accessibili alla nostra mentalità di cristiani piccolo borghesi che preferiscono adagiarsi in verbose giustificazioni di prudenza, scor­dandoci che Cristo è stato, e rimane, il più grande mo­dello di imprudenza e per questo ha pagato anche il de­bito della nostra insipiente pusillanimità, del nostro quieto opportunismo. E dimenticando che la vera testimonianza cristiana non potrà mai essere prudente proprio perché in se stessa è segno di contraddizione. Ma sono questi i sentimenti con i quali un prete può anche essere un tupamaro. La pace è possibile. E la causa della pace si serve lottando («Non sono venuto a portare la pace») prima interiormente, per edificare in se stessi l’uomo nuovo e, poi, socialmente, contro la guerra e le cause che la determinano e che sono costi­tuite dall’egoismo dell’uomo e della società.

(don Pirluigi Murgioni missionario bresciano incarcerato per cinque anni e torturato durante la dittatura in Uruguay)