Il Paradiso

Anselm Grün, lo scrittore cristiano di lingua tedesca più letto, apre con questa considerazione la sua riflessione sul paradiso: “Mentre i musulmani hanno un’idea ben precisa del paradiso, i cristiani hanno difficoltà a descrivere ciò che li aspetta in cielo. Spesso la teologia ha rappresentato il paradiso, in modo molto astratto, come il luogo in cui siamo una cosa sola con Dio. E’ vero, ma gli uomini hanno bisogno di immagini per poterlo figurare. Come possiamo immaginare il paradiso noi cristiani?” Gesù, pur non descrivendo nei particolari la beatitudine che non conosce tramonto, usa immagini incisive e concrete: parla di un “posto” che Lui stesso ci ha preparato, di un convito, un banchetto, di un pranzo di nozze, di essere portati dagli Angeli nel seno di Abramo. L’Apostolo Paolo descrive l’eternità come un “essere con il Signore”; questo per Paolo significa essere a casa, abitare in  Cristo, essere in un “porto” sicuro per sempre. San Giovanni nell’Apocalisse si serve di un’icona stupenda per descriverci ciò che ci attende nella morte: “Ecco la tenda di Dio (la città santa) con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai lori occhi non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”. Tutte immagini molto belle e profonde ma che certamente non sono in se esaustive per appagare il nostro desiderio di conoscere cosa il Signore ci ha preparato dopo questo pellegrinaggio terreno. Nel catechismo della Chiesa Cattolica ho trovato una definizione che mi ha colpito e che trovo assai suggestiva: “Vivere in cielo è « essere con Cristo ».Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome … (Catechismo della Chiesa cattolica 1025). Il paradiso è il luogo dove troviamo la nostra vera identità, dove il nostro essere sarà illuminato dalla verità, liberato da ogni compromesso, da quelle fragilità che ci rendono stranieri nella nostra stessa casa; il luogo dove il nostro nome indicherà la nostra vera essenza, quell’unicità originaria offuscata dal male e dalla caducità di questo esilio terreno. Vivendo in Cristo, vero uomo e vero Dio, la nostra umanità si realizzerà nella pienezza di un’esistenza senza tempo che esperimentiamo durante questa vita mortale in alcuni momenti fugaci di felicità, nella brezza di desideri mai pienamente realizzati, in quel bisogno d’infinito che ci scivola tra le dita, che si infrange sugli scogli dei nostri limiti, in orizzonti segnati dal lento ma implacabile scorrere del tempo. In Paradiso c’è un “posto” preparato per ciascuno di noi, non un’eternità generica, ma un’eternità pensata contemplando il nostro volto e il nostro cuore. Dante concretizza questo concetto nell’ultimo canto del suo capolavoro quando, immergendosi nel mistero stesso di Dio, nella luce radiosa della Santissima Trinità, a un certo punto nel Figlio scorge “dipinta con il suo stesso colore, la nostra immagine umana”. Il mio volto, il vostro volto, è già impresso indelebilmente nel mistero stesso di Dio, il nostro colore è lo stesso colore del Figlio. Questo è per noi il Paradiso: un pugno di polvere eternamente baciato da Dio.

don luciano vitton mea

 

briciole di vangelo

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