La macchina del tempo

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Se avessi a mia disposizione un’ipotetica macchina del tempo non vorrei proiettarmi nei secoli futuri, scoprire l’era della pura tecnologia, ma tornare ai primordi quando per la prima volta l’uomo prese coscienza di sé, si svegliò all’intelligenza, dominò il puro istinto, baciò per la prima volta, con pudore e dolcezza, la sua compagna. Cosa avrà provato, pensato, sentito? Certo per prima cosa si sarà costruito un rifugio, cucito un abito per difendersi dal freddo, procurato con maggior astuzia il cibo per sé e per la sua famiglia. Ma poi? Vorrei essere il primo uomo che ha sentito scendere dalle guance i dolci o aspri rigagnoli delle lacrime: per la nascita di un figlio o per la struggente mancanza di un volto amato; vorrei contemplare per la prima volta un limpido cielo stellato e sentirmi un granello di polvere d’innanzi all’infinito o stupirmi per la bellezza di un fiore, per la limpida aurora che tratteggia un nuovo giorno sempre più carico di luce e di colori. Questo è l’uomo di ieri e di oggi: un pugno di polvere, un minuscolo puntino pensante nell’infinito universo; fragile, indifeso, in balia di un morbo che lo può distruggere in un breve lasso di tempo, prima che il giorno si spenga tra le braccia della sera. Però è l’unica creatura che pensa, che si stupisce, che ama; consapevole della propria finitudine da un lato, capace di scoprire lontane galassie dall’altro, di chiamare le stelle per nome, di disegnare nella polvere le costellazione che lentamente si muovono tra gli spazi siderali dell’immensità. L’uomo, quest’essere pensante, capace di passare dagli spazi infiniti dell’universo all’ infinitesima particella della materia, scoprire e descrivere un atomo o una cellula, svelare i misteri deposti sotto gli strati di millenni di storia fino a giungere all’eco della primordiale esplosione. L’uomo, questo eterno bambino che sente il bisogno della mano paterna, che impara a camminare con le proprie gambe, che punta i piedi in petulanti capricci, che cade, si rialza, corre, impara, s’illude d’essere adulto, piange quando la notte del dolore viene a visitarlo. Ma la grandezza di Dio si manifesta sulle labbra di questo lattante, di questa creatura capace di scalare le vette più alte per poi scivolare negli abissi più tenebrosi, di toccare il male, di sentire l’alito gelido dell’imperador del doloroso regno. Lo so, pecco d’una subdola ambizione, ma con la mia “macchina del tempo” vorrei tornare per pochi istanti agli albori dell’umanità quando il dito di Dio ha toccato quello dell’uomo, quando la sua eterna e tenue voce gli ha sussurrato all’orecchio: “Va mia effige, corri, cadi, sbaglia, correggiti, bacia. Dipingi capolavori che riecheggino l’originaria bellezza, scolpisci la pietra dandole forma e armonia, muori e risorgi. Ma soprattutto non dimenticarti di amare perché io, il tuo Creatore, sono Amore senza principio e senza fine”.

 don Luciano V.M.