L’albero del perdono

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C’era una volta un uomo perduto. Da anni viveva di razzie, rapine, massacri e furti. Era ferocemente crudele, senza pietà, divorato da una rabbia folle. Era un uomo perduto, un uomo maledetto. Un giorno, mentre vagabondava in preda a pensieri di cenere e tormento, gli venne l’idea di far visita all’eremita che viveva in una baracca in cima alla pietraia. Là non c’era nulla da rubare se non un pagliericcio di foglie secche, ma l’uomo perduto cercava una speranza, un perdono. Il vecchio eremita lo ascoltò. Infine gli sorrise e gli mostrò un albero morto dal tronco contorto e calcinato da un fulmine e gli disse: «Vedi quell’albero morto? Sarai perdonato quando ri­fiorirà». «Sarebbe come dire mai! Allora a che serve, sant’uomo? Tanto vale che io torni alle mie rapine». Il malvivente ridiscese, imprecando, verso il piano, prendendo a calci le pietre. Ricominciò la vita di saccheggi e violenze, perché era l’unica cosa che sapeva fare. Per anni ancora seminò paura, odio e disperazione. Una sera, mentre cercava un luogo isolato e nascosto per consumare la cena, vide una baracca malandata. Si affacciò cautamente ad una finestrucola e vide una donna che aveva raccolto i suoi bambini intorno ad una pentolaccia. La donna cantava una specie di ninna-nanna: «Dormite, piccoli miei. Dormite fino a domani. Mamma vi fa la zuppa. Dormite ancora un po’. Dormite fino a domani». Il bandito entrò e sollevò il coperchio della pentola. C’erano solo radici e foglie che bollivano nell’acqua. L’uomo scosse le spalle poderose, afferrò la pentola e buttò tutto il contenuto dalla finestra. Tagliò a pezzi la tenera carne dell’agnello che aveva rubato proprio quel giorno. Ravvivò ben bene la fiamma sotto la pentola e se ne andò, piangendo su tanta miseria. Quel giorno, l’albero morto fiorì.

Bruno Ferrero