Le tre fiere: l’avarizia

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Il lupo, nell’immaginario collettivo, assurge  a simbolo di malvagità perché viene associato al buio della caverna, all’abisso delle sue fauci fameliche, alle fitte pericolose foreste. Animale notturno e predatore per eccellenza incute terrore e spavento;  presenza inquietante e nascosta perché come la luce esce dall’ombra, così il lupo esce dalla tana e dal bosco. Nella divina Commedia la lupa, cioè l’avidità e l’avarizia,  è la terza bestia che cerca di ostacolare il viaggio di Dante e sembra ricacciarlo per sempre nell’oscurità e nel mare tempestoso dal quale era appena uscito. «Ma a riempirmi di sgomento e a farmi davvero perdere la speranza di raggiungere la vetta del colle e la salvezza, fu una lupa, magrissima, affamata, come se in lei fosse raccolta tutta l’avidità del mondo. Quella bestia insaziabile, venendomi incontro, mi sospingeva verso il buio della selva, dove taceva il Sole. Mi sentivo come un giocatore che, all’improvviso, avesse perso tutto». Quanti uomini hanno perso i beni più sacri giocando la propria vita al tavolo dell’avarizia, della cupidigia e dell’avidità.  Quando la mano si restringe per conservare un pugno di denari si finisce per tradire, per rinnegare i volti dei nostri cari, degli amici, delle persone che ci hanno fatto del bene, che ci hanno voluto bene. La lupa che Dante incontra sul sentiero che lo conduce alla vetta luminosa mangia il cuore dell’uomo, ne divora i sentimenti, lo rende duro e insensibile. Nel Purgatorio lo stesso Dante descrive  l’eccessivo attaccamento ai beni terreni con l’immagine di una bellissima sirena dal volto suadente ma con il ventre pieno di vermi da dove promana un tanfo nauseabondo. Secondo S. Tommaso d’Aquino, l’avarizia è un peccato mortale perché colpisce la carità, è “il veleno della carità”. Lo stesso aquinate, riprendendo S. Grogorio Magno, elenca, nella sua Summa teologica, sette figlie dell’avarizia che alterano e falsano l’amore: la durezza contro la misericordia, l’inquietudine della mente, la violenza, l’inganno, lo spergiuro e il tradimento. L’avarizia e la cupidigia sono la terza tentazione che Gesù ha dovuto affrontare nel deserto: «Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”». Questo vizio, che innalza i beni materiali a dei veri e propri idoli, sordi e muti, si combatte attraverso le opere di carità fraterna e in modo particolare attraverso l’elemosina. Ci ricorda Benedetto XVI: “L’elemosina non è semplice filantropia: è piuttosto un’espressione concreta della carità, virtù teologale che esige l’interiore conversione all’amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi”. Terminiamo le riflessioni sulle tre fiere che possono intralciare il nostro cammino quaresimale di conversione con la preghiera che il sacerdote recita nella III Domenica di quaresima: “Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia”.