Perennemente nomadi.

La vita pubblica di Gesù è un paradigma dell’esistenza umana: il pellegrinaggio terreno di ciascuno di noi è segnato dalla precarietà e dalla provvisorietà; tutta la vita del cristiano è come una vita sotto la tenda. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Chi segue Gesù vive nel mondo ma non appartiene al mondo, non costruisce una misera “tana” terrena ma mette le basi per una dimora Celeste. L’immagine più significativa della nostra permanenza terrena non è la casa ma la tenda. Il cristiano non è uno che ha fissato la sua dimora quaggiù: egli è sempre, costantemente in cammino, è nomade su questa terra e continuamente si sposta per raggiungere quella che è la sua vera patria, il luogo della sua vera dimora: camminare verso il Regno di Dio. La fede non è statica ma una dimensione in continuo divenire, un’ininterrotta ricerca del volto di Dio che si rivela ogni giorno nella lieve brezza del mattino. Il paradosso della vita cristiana è di vivere nel mondo come nomade e straniero: siamo nel mondo ma non del mondo. Ci  ricorda la lettera a Diogneto: «[I cristiani] vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono staccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera… Sono nella carne ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo». Le volpi hanno le loro tane, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. Un Dio senza dimora quello di Gesù perché il suo tempio non è costruito  da mano d’uomo e la sua dimora è un misero cuore disposto ad aprirsi al mistero di un’arcana presenza. Gesù non ha dove porre il capo perché vuole adagiarsi nell’umido pagliericcio della nostra esistenza; si è fatto uomo, è morto e risorto per prepararci “un posto”, un “passaporto” per l’aldilà. Le carte d’identità terrene non contano, saranno scadute quando ci presenteremo presso il trono dell’altissimo; davanti a Dio saremo dei poveri mendicanti, nomadi senza fissa dimora pronti per ricevere la nostra vera residenza, il premio eterno, una felicità perduta ma ritrovata per noi, sotto la croce, da un Dio fatto uomo per la nostra salvezza.

 don luciano vitton mea